Vai al contenuto
Menu

BlogGuide

Vendere online senza partita IVA: quando si può e quando no

Un uomo e una donna imballano insieme un ordine in una scatola di cartone, su un tavolo da lavoro con un portatile acceso e altre scatole impilate sullo sfondo
Aggiungi alle fonti preferite di Google

Un clic, e Google ti mostrerà i miei articoli più spesso fra i tuoi risultati.

Chi inizia a vendere qualcosa online, capi fatti a mano, oggetti usati, un piccolo assortimento di prodotti, si scontra quasi subito con la stessa domanda: da quanto fatturato in poi serve la partita IVA? La si cerca online sperando in una cifra precisa, una soglia sotto la quale si è al sicuro. Quella cifra non esiste. La legge italiana non fissa un importo di fatturato sotto il quale si può vendere online senza partita IVA: il criterio che decide è l'abitualità, cioè la ripetizione nel tempo e l'organizzazione dell'attività, non l'incasso.

Il criterio che conta: abitualità, non fatturato

Due norme definiscono il confine. L'articolo 2082 del codice civile definisce l'imprenditore come chi "esercita professionalmente un'attività economica organizzata al fine della produzione o dello scambio di beni o di servizi". L'articolo 55 del TUIR (il Testo Unico delle Imposte sui Redditi, DPR 917/1986) lega il reddito d'impresa all'esercizio "per professione abituale, ancorché non esclusiva", richiamando lo stesso principio dell'articolo 2195 del codice civile. Specularmente, l'articolo 67, comma 1, lettera i), del TUIR inquadra come redditi diversi, cioè fuori dal regime d'impresa, solo "i redditi derivanti da attività commerciali non esercitate abitualmente" (fonte: TUIR, DPR 917/1986, consultato il 17 ottobre 2026).

In nessuno di questi articoli compare un importo in euro. Il discrimine è la ripetizione nel tempo e l'organizzazione: vendite che si susseguono con regolarità, merce acquistata apposta per essere rivenduta, un canale sempre attivo, un sito, un negozio su un marketplace, una pagina social usata stabilmente per vendere. Una vendita isolata, un oggetto che non serve più, resta fuori da questo perimetro qualunque sia la cifra incassata.

Il mito dei 5.000 euro

Una cifra che circola spesso online, ed è un equivoco. I 5.000 euro annui vengono dall'articolo 44, comma 2, del decreto legge 269/2003 (convertito in legge 326/2003): fissano la soglia oltre la quale chi presta lavoro autonomo occasionale, cioè un servizio, non la vendita di un bene, deve iscriversi alla Gestione separata INPS (fonte: decreto legge 269/2003, art. 44, confermato dalla circolare INPS 103/2004, consultati il 17 ottobre 2026). Riguarda un contributo previdenziale su una prestazione di servizi, non la vendita di merce, e non è il criterio che fa scattare l'obbligo di partita IVA. Chi vende beni online e applica questa soglia per analogia sta usando la risposta sbagliata a una domanda diversa dalla propria.

Le piattaforme comunicano al Fisco: la soglia DAC7

Dal 2023 i marketplace online (eBay, Vinted, Subito e simili) hanno un obbligo proprio, distinto da quello del venditore: comunicare all'Agenzia delle Entrate i dati di chi vende sopra una certa soglia. La norma arriva dalla direttiva europea (UE) 2021/514 del 22 marzo 2021, recepita in Italia con il decreto legislativo 32/2023 e attuata dal provvedimento dell'Agenzia delle Entrate del 20 novembre 2023. La piattaforma è esonerata dalla comunicazione solo se, nello stesso anno, il venditore resta sotto entrambe le soglie: meno di 30 operazioni di vendita di beni e meno di 2.000 euro di corrispettivo complessivo su quella piattaforma. Basta superare anche una sola delle due perché scatti l'obbligo di comunicazione (fonte: provvedimento Agenzia delle Entrate, prot. 406671/2023 del 20 novembre 2023, consultato il 17 ottobre 2026).

È un punto che genera confusione, perché i numeri sembrano offrire la soglia precisa che la legge sul reddito non dà. Non lo sono: restare sotto le soglie DAC7 significa solo che la piattaforma non trasmette i propri dati al Fisco, non che l'attività sia automaticamente occasionale. Superarle significa solo che la piattaforma li trasmette, non che serva automaticamente la partita IVA. Il criterio che stabilisce la natura dell'attività resta quello dell'abitualità descritto sopra, una valutazione distinta da quella soglia.

Cosa ha deciso la Cassazione

Il criterio dell'abitualità non è teorico: la giurisprudenza lo ha già applicato alle vendite online. Con la sentenza n. 7552 del 21 marzo 2025, la Corte di Cassazione ha giudicato il caso di un venditore privo di partita IVA che aveva ceduto scarpe su una piattaforma di aste online, con oltre 1.600 vendite in due anni. La Corte ha ritenuto che la serialità e la continuità delle cessioni bastino da sole a configurare l'esercizio abituale di un'attività d'impresa, sia ai fini IRPEF sia ai fini della soggettività passiva IVA, senza che sia necessario dimostrare l'esistenza di un'organizzazione formale, dipendenti, una sede, uno stock gestito professionalmente: un requisito che la sentenza colloca solo nell'ambito di un'imposta diversa, l'IRAP (fonte: Cassazione, sentenza n. 7552 del 21 marzo 2025, consultata tramite commenti di dottrina fiscale il 17 ottobre 2026). Il numero delle vendite, da solo, può bastare.

Da dove partire

Il criterio è chiaro nella sua logica, meno nella sua applicazione a un caso concreto. Poche vendite occasionali di oggetti personali restano fuori dal regime d'impresa. Un flusso regolare, merce acquistata per essere rivenduta, un canale sempre attivo, portano verso l'obbligo di partita IVA indipendentemente dalla cifra incassata. Nella zona grigia fra i due casi, la valutazione va fatta con chi segue gli aspetti fiscali dell'attività: un commercialista guarda alla frequenza reale delle vendite, all'origine della merce, all'organizzazione effettiva, non a una soglia che la legge non prevede.

Una volta aperta la partita IVA, cambia anche cosa deve comparire sul sito che vende: va indicata in home page, insieme agli altri dati obbligatori per chi vende online, un obbligo distinto da quello di cui parla questo articolo. Ne scrivo in partita IVA, sede legale, REA: i dati obbligatori sul sito della tua azienda. Se vuoi fare il punto sull'impianto digitale della tua attività una volta chiarita la parte fiscale, se ne può parlare dentro il check-up digitale; altrimenti scrivimi.

Domande frequenti

Esiste una soglia di fatturato sotto la quale posso vendere online senza partita IVA?

No, non per la vendita di beni. La legge non fissa un importo: l'articolo 2082 del codice civile definisce l'imprenditore come chi esercita professionalmente un'attività economica organizzata, e l'articolo 55 del TUIR lega il reddito d'impresa all'esercizio per professione abituale, anche se non esclusiva. L'articolo 67, comma 1, lettera i), dello stesso TUIR inquadra come redditi diversi solo le attività commerciali non esercitate abitualmente. Il confine è la ripetizione nel tempo e l'organizzazione, non una cifra incassata.

È vero che sotto i 5.000 euro posso vendere online senza aprire la partita IVA?

È un equivoco diffuso. I 5.000 euro annui vengono dall'articolo 44, comma 2, del decreto legge 269/2003, e riguardano l'iscrizione alla Gestione separata INPS per chi presta lavoro autonomo occasionale di servizi, non per chi vende beni. Non è una soglia che autorizza a vendere merce senza partita IVA: quella decisione dipende dal criterio dell'abitualità, non da questo importo.

Se resto sotto le soglie della normativa DAC7, significa che posso vendere senza partita IVA?

No. La soglia DAC7 (meno di 30 operazioni e meno di 2.000 euro di corrispettivo nell'anno, sulla stessa piattaforma) stabilisce solo quando il gestore del marketplace è esonerato dal comunicare i dati del venditore all'Agenzia delle Entrate. Restare sotto quella soglia non significa che l'attività sia automaticamente occasionale, così come superarla non significa automaticamente che serva la partita IVA: sono due valutazioni distinte, una di trasparenza verso il Fisco, l'altra sulla natura dell'attività.

Cosa ha deciso la Cassazione sulle vendite ripetute online?

Con la sentenza n. 7552 del 21 marzo 2025, la Corte di Cassazione ha giudicato il caso di un venditore che, senza partita IVA, aveva venduto scarpe su una piattaforma di aste online: oltre 1.600 cessioni in due anni. La Corte ha ritenuto che la serialità e la continuità delle vendite bastino da sole a configurare l'esercizio abituale di un'attività d'impresa, ai fini sia dell'IRPEF sia dell'IVA, senza che sia necessario dimostrare l'esistenza di un'organizzazione formale, un requisito che la sentenza colloca invece solo nell'ambito dell'IRAP.

Chi decide se la mia attività è occasionale o abituale: posso valutarlo da solo?

Il criterio generale lo fissa la legge, ma applicarlo a un caso concreto, con la frequenza delle vendite, l'eventuale acquisto di merce per rivenderla, la presenza di un canale stabile, richiede una valutazione che spetta a un commercialista. Questo articolo spiega il criterio, non sostituisce quella valutazione: soprattutto nella zona grigia tra qualche vendita occasionale e un'attività che si sta strutturando, il parere di chi segue gli aspetti fiscali dell'attività fa la differenza fra partire in regola e scoprire il problema dopo.

Altri articoli

Prima di aprire un negozio online, sai già se ti serve la partita IVA?

Parliamo del tuo progetto