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Modulo di contatto sul sito: perché un indirizzo email da solo non basta

Primo piano di una mano che digita su una tastiera di un laptop, con lo schermo sfocato e sovraesposto sullo sfondo
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Molti siti di piccole attività, soprattutto quelli più semplici, si fermano a un indirizzo email scritto in fondo alla pagina, a volte con un link «scrivimi», a volte solo come testo da copiare a mano. Sembra la soluzione più diretta: niente da configurare, niente che si possa rompere. È anche, per due motivi che non si vedono finché non li si va a cercare, la scelta che funziona peggio.

Il problema che non si vede: gli indirizzi raccolti dai bot

Un indirizzo email pubblicato in chiaro in una pagina web, come testo o dentro un link «mailto:», è leggibile da chiunque scandagli il codice della pagina, incluso il software che i mittenti di spam usano per raccogliere indirizzi su larga scala: cercano proprio quel pattern, «qualcosa@qualcosa.qualcosa», dentro l'HTML.

Quanto possa costare in pratica lo ha misurato Silvan Mühlemann in un esperimento del 2008 diventato un riferimento citato spesso in ambito tecnico: ha pubblicato nove indirizzi email, ciascuno con una tecnica diversa per nasconderlo agli occhi dei bot pur restando leggibile per una persona, e ha contato lo spam ricevuto da ciascuno in un anno e mezzo. L'indirizzo pubblicato senza alcuna protezione ha raccolto oltre 1.800 email di spam, contro zero per le tre tecniche risultate più efficaci. È un esperimento personale, mai replicato, e ha quasi vent'anni: non lo cito come prova che oggi succederebbe esattamente la stessa cosa nella stessa proporzione, ma come dimostrazione che il meccanismo (un indirizzo leggibile nel codice di una pagina indicizzata viene trovato e usato) è reale, non un'ipotesi. Un modulo di contatto lo evita alla radice, perché l'indirizzo a cui arrivano davvero i messaggi non compare mai nel codice che il visitatore, o un bot, può leggere.

Il mailto non funziona uguale per tutti

C'è un secondo problema, più subito visibile a chi lo prova: un link «mailto:» non apre una pagina nel sito, apre il programma di posta predefinito del dispositivo. Nielsen Norman Group lo segnalava già nel 2000: un link, per chi naviga, dovrebbe mostrare una pagina, non lanciare a sorpresa un'altra applicazione.

Da allora si aggiunge un problema più pratico, che guide di sviluppo web più recenti (dal 2020 in avanti) documentano con maggiore precisione: se il dispositivo non ha un programma di posta configurato, cosa tutt'altro che rara su un computer condiviso, su una postazione aziendale gestita centralmente, o per chi usa solo la webmail dal browser, il clic non produce nulla di utile. Un modulo che si apre nella pagina stessa, e manda il messaggio senza uscire dal sito, evita entrambi i problemi: non dipende dall'aspettativa di navigazione che un mailto rompe, né da cosa è installato su quel dispositivo in quel momento.

Cosa fa un modulo che un indirizzo email non può fare

Oltre a evitare questi due problemi, un modulo lascia decidere a chi lo costruisce quali informazioni servono davvero prima ancora di ricevere il primo messaggio: nome, un recapito telefonico, quale servizio interessa. Con un indirizzo email in chiaro, il contenuto del primo messaggio dipende interamente da chi scrive, e capita spesso che manchi qualcosa di essenziale, il che significa un giro di email in più solo per ottenere le informazioni che un campo obbligatorio avrebbe già raccolto.

Anche un modulo può fallire, in silenzio

Detto questo, un modulo non è una soluzione che si dimentica una volta installata. Ne ho scritto raccontando il caso di un'azienda di serramenti il cui modulo di richiesta preventivo ha smesso di mandare le email senza che nessuno se ne accorgesse per settimane: la pagina continuava a mostrare il messaggio di conferma, ma dall'altra parte non arrivava più niente. È un rischio diverso da quello dello spam, ma altrettanto reale, e l'unico modo per escluderlo è controllare di tanto in tanto che le richieste arrivino davvero, non dare per scontato che un modulo, una volta funzionante, resti tale per sempre.

Le due cose possono convivere

Nessuna delle due considerazioni significa che l'indirizzo email vada tolto dal sito. Chi preferisce scrivere di propria iniziativa, magari allegando un documento o scrivendo da un programma che conosce bene, deve poter continuare a farlo. La soluzione più semplice è tenere entrambi: il modulo in primo piano per chi arriva dal sito e vuole il percorso più rapido, l'indirizzo comunque visibile, magari nel piè di pagina, per chi lo cerca apposta.

Se il modulo del tuo sito è online da tempo e non ricordi l'ultima volta che hai controllato che funzioni davvero, scrivimi e verifichiamolo insieme: è un controllo che richiede pochi minuti, non un progetto.

Domande frequenti

Un modulo di contatto riduce davvero lo spam rispetto a un indirizzo email pubblicato in chiaro?

Sì, per un motivo strutturale: un indirizzo scritto in chiaro nell'HTML di una pagina, o dentro un link «mailto:», può essere letto ed estratto da bot che scandagliano il web proprio a caccia di indirizzi, mentre un modulo non pubblica l'indirizzo di destinazione da nessuna parte nel codice della pagina. Un esperimento del 2008 di Silvan Mühlemann, che ha pubblicato nove indirizzi con tecniche diverse e ha contato lo spam ricevuto in un anno e mezzo, ha misurato che l'indirizzo pubblicato senza alcuna protezione aveva raccolto oltre 1.800 email di spam contro zero per le tre tecniche più efficaci: è un solo esperimento personale di quasi vent'anni fa, non uno studio replicato, ma il meccanismo che descrive (i bot leggono ciò che è scritto in chiaro) è tuttora quello con cui funziona la raccolta automatica di indirizzi.

Perché un link «scrivimi» che apre l'email a volte non funziona?

Perché un link «mailto:» non apre una pagina, apre il programma di posta predefinito del dispositivo, sorprendendo chi si aspettava di restare sul sito: Nielsen Norman Group lo segnalava già nel 2000 come violazione dell'aspettativa base di chi naviga. C'è anche un problema più pratico, documentato da guide di sviluppo web più recenti (dal 2020): se il dispositivo non ha un programma di posta configurato, il che capita più spesso di quanto si pensi su un computer condiviso, su una postazione aziendale gestita centralmente, o per chi usa solo la webmail dal browser, il clic non porta a nulla di utile. Un modulo, aprendosi nella pagina stessa, evita entrambi i problemi.

Conviene togliere del tutto l'indirizzo email dal sito e lasciare solo il modulo?

No, è una scelta inutilmente rigida. Chi preferisce scrivere di sua iniziativa, magari allegando un file o scrivendo da un client che conosce bene, deve poterlo fare. La soluzione più semplice è tenere entrambi: il modulo in primo piano per chi arriva dal sito, l'indirizzo comunque visibile per chi lo cerca apposta.

Un modulo di contatto può smettere di funzionare senza che nessuno se ne accorga?

Sì, ed è un rischio concreto quanto quello dello spam: un modulo può smettere di inviare le email per un aggiornamento andato storto o un cambio di configurazione della casella di posta, mentre chi lo compila continua a vedere la pagina di conferma e crede che il messaggio sia partito. Chi non controlla periodicamente che le richieste arrivino davvero rischia di scoprirlo solo dopo settimane di contatti persi in silenzio.

Quanto costa aggiungere un modulo di contatto a un sito aziendale?

Un modulo di contatto semplice, con i campi essenziali, è quasi sempre già compreso nel costo base di un sito aziendale: è una delle funzionalità più semplici da realizzare, non una voce a parte. Il discorso cambia se deve fare qualcosa di più complesso, come smistare le richieste su più indirizzi diversi a seconda del servizio scelto, o collegarsi a un gestionale: in quel caso si valuta sul caso specifico.

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